CORTE GESIA

esperienza di Gesù vivo e di veri Amici


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Bioetica cristiana (presentazione)

Bioetica

 Il termine bioetica fu adoperato per la prima volta dall’oncologo statunitense Van Renssealer Potter (1911 – 2001) che lo utilizzò nel 1970 in una serie di articoli e nel 1971 in un libro intitolato “Bioethics: Bridge to the future” (“Bioetica: ponte verso il futuro”) dove scriveva: “Ho scelto la radice bio per rappresentare la conoscenza biologica, la scienza dei sistemi viventi, e ethics per rappresentare la conoscenza dei valori umani”.

Bioetica è una disciplina che si occupa dei problemi morali, individuali e collettivi, legati all’avanzamento degli studi nel campo biomedico e all’intervento della tecnologia nella formazione dei processi vitali che verranno illustrati negli articoli che seguiranno.

L’Italia è una nazione dove impera il pluralismo bioetico; ogni cittadino può, per la Costituzione Italiana, scegliere la sua bioetica.

In questo blog presenterò gli articoli di bioetica cristiana in senso lato e di quella cattolica; entrambe radicate in quella giudaico – biblica. Gli autori – scienziati provenienti da varie denominazioni cristiane hanno trovato un denominatore comune nella Bibbia per offrire all’umanità una proposta della bioetica cristiana.

Bioetica cristiana

Bioetica, dal punto di vista della Chiesa cattolica, è una disciplina che si occupa delle questioni morali sulla vita e il comportamento umano, suscitate dal progresso delle scienze mediche e biologiche. In questo campo convergono saperi differenti. Tra le discipline biomediche troviamo: la genetica, l’embriologia, la ginecologia, la tanatologia; tra le scienze umane e sociali abbiamo: la filosofia pratica, il diritto, la biopolitica, la sociobiologia e le loro applicazioni tecnologiche (cf wikipedia).

Nell’interpretazione cattolica della bioetica, riveste un ruolo di fondamentale coordinamento la teologia morale (che ha tra le sue fonti la legge morale naturale).

Vari pontefici, sostenuti dalla ricerca scientifica nei campi specifici, diedero un orientamento bioetico all’umanità, tracciarono un percorso di vita e di speranza in mezzo alle idee tanto confuse. Mi riferisco a Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI.

Bioetica cristiana nel blog della Corte Gesia

La Koinonia Giovanni Battista, di cui la Corte Gesia è parte, trova la sua espressione nell’evangelizzazione (annunciare), nella formazione (educare), nella condivisione (stare). I temi costantemente presenti nell’essere proprio della Koinonia sono sempre a difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale. In questo contesto si vive il celibato, il matrimonio, l’amore, l’amicizia, la procreazione responsabile.

Proporre quindi articoli sulla bioetica è per confermare, motivare e rafforzare l’opera della Koinonia Giovanni Battista oltre che allargare gli orizzonti della comprensione della realtà, della tenda della propria mente e del proprio cuore.

Come scrive il profeta Isaia: “Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti, …” (Isaia 54,2).

Gesù stesso ha edificato una tenda, la Chiesa, sulla Sapienza eterna di Dio: “Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio. In verità Mosè fu fedele in tutta la sua casa come servitore, per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunziato più tardi; Cristo, invece, lo fu come figlio costituito sopra la sua propria casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo. Per questo, come dice lo Spirito Santo: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori …” (Ebrei 3,4-8).

La bioetica cristiana da voce all’alleanza tra la fede e la scienza.  

Concludo con un inno alla Sapienza divina tratto dal libro della Sapienza:

“In essa (nella Sapienza) c’è uno spirito intelligente, santo,

unico, molteplice, sottile,

mobile, penetrante, senza macchia,

terso, inoffensivo, amante del bene, acuto,

libero, benefico, amico dell’uomo,

stabile, sicuro, senz’affanni,

onnipotente, onniveggente

e che pervade tutti gli spiriti

intelligenti, puri, sottilissimi.

La sapienza è il più agile di tutti i moti;

per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.

È un’emanazione della potenza di Dio,

un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente,

per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra.

È un riflesso della luce perenne,

uno specchio senza macchia dell’attività di Dio

e un’immagine della sua bontà.

Sebbene unica, essa può tutto;

pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova

e attraverso le età entrando nelle anime sante,

forma amici di Dio e profeti.” (Sapienza 7,22-27).

Magdalena Buszynska


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Giovani … traditi, venduti, benedetti … come Giuseppe

Iniziamo dal finale:

Germoglio di ceppo fecondo è Giuseppe; germoglio di ceppo fecondo presso una fonte, i cui rami si stendono sul muro.” (Genesi 49,22).

Questa è la “benedizione – oracolo” che Giacobbe, alla fine della sua vita, fa sul figlio Giuseppe.

Una benedizione, una elargizione di bene, un dire bene per il bene, il sigillo e la supplica di bene per il figlio. Un oracolo, una profezia, un “vedere” oltre i propri occhi sfruttando quelli del dono della fede, un disegno per il presente proiettato nel futuro: diventare una benedizione per benedire.

Così la vita continua in un divenire nel quale il concorso umano si arricchisce di quello divino. Tengo molto a sottolineare tale aspetto in quanto la “benedizione – oracolo” è un’eredità che mantiene ricca la vita di fede, la fede che compie prodigi. Romperla significa dovercela fare solo con le proprie forze.

Delineato già il finale, collochiamo l’inizio. Parliamo dei giovani. Prendo il primo periodico che mi capita tra le mani e mi balzano agli occhi due titoli: “Giovani traditi, vanno aiutati”, “Giovani, futuro da sminare”. Due titoli, due questioni: il tradimento e il riconoscimento. Dico tradimento in quanto, nel titolo, è esplicito. Dico riconoscimento perché, a mio povero parere, sminare oltre che togliere le mine, significa anche riconoscere il potenziale e quindi mettere in condizione di esprimersi. Due titoli che mi suscitano un flash back di 4 millenni. La mente “immediatamente” mi proietta a Giuseppe, sì quello della Bibbia, il figlio di Giacobbe.

Non sto qui a raccontare la storia, la trovate nella Genesi dal capitolo 37 al 47 oppure ci sono bei film a riguardo. Giuseppe è un giovane di 17 anni, 11° di 11 fratelli maschi. Invidiato dai fratelli più vecchi, è venduto in Egitto come schiavo.  Il carisma, dono di Dio, di interpretare i sogni e la sua integrità nonché capacità amministrativa – imprenditoriale lo fa diventare il 2° signore dell’Egitto, il più potente dopo il faraone. Anni di prosperità e poi la siccità. Grazie a Giuseppe, ormai quarantenne, l’Egitto può dare da mangiare anche ai popoli limitrofi. Così i 10 fratelli che lo avevano tradito e venduto sono a lui per comprare cibo. Giuseppe scopre di avere un altro fratello, Beniamino, ora circa dell’età che aveva Giuseppe quando è stato venduto, e lo fa venire a corte. È una mia interpretazione: credo che Giuseppe vedeva nel fratello la sua stessa giovane vita, gravata dal peso della carestia che oramai minava l’esistenza di tanti popoli; vedeva che anche lui, tacendo, poteva vendere suo fratello minore alla schiavitù dell’indigenza. Aiutarlo significava perdonare, riconciliarsi coi fratelli più vecchi e aiutare anche loro.

Decide di sminare il presente, di esorcizzare il passato e di dare un futuro a Beniamino, a tutti i suoi fratelli e al padre Giacobbe. Allora si fa riconoscere … ognuno giochi con la propria fantasia immaginandosi la carica emozionale, affettiva, motivante esplosa nel momento del riconoscimento.

Giuseppe tradito è aiutato sia da Dio, con il carisma di interpretare i sogni, sia dal padre che lo aveva educato all’amore, alla disciplina, all’integrità. Questo, nel dramma della schiavitù gli ha sminato il terreno e alla fine i fratelli hanno riconosciuto in lui la benedizione. Tale benedizione, in forza dell’autorità divina e paterna, è diventata oracolo per il futuro, col potere di sminare il terreno per altri giovani … e non solo.

Giuseppe, nel suo tradimento e riconoscimento, annuncia Gesù. Gesù tradito, venduto, crocifisso, risorto e, soprattutto, fattosi riconoscere (vedi i discepoli di Emmaus) è il salvatore, è colui che riscatta ogni Beniamino, che dona il carisma e la capacità di trasformare il problema in opportunità.

    

Voglio ora rivolgermi a te, in particolare a te giovane, forse anche tu in un certo modo ti senti venduto e / o tradito. La sfiducia e l’indifferenza per il futuro ne è un indice, forse non troppo cosciente. È tempo di sminare il tuo futuro, sminando il presente e l’unico che lo può fare è Gesù. Dio ti ama e per te vuole un futuro prospero, peccato e limiti umani lo hanno minato. Puoi provocare un fatto nella tua vita: accogli Gesù, riconoscilo salvatore (lasciati convincere dalla storia e dalle testimonianze di chi lo ha sperimentato), lui stesso si farà riconoscere nel modo che ti è proprio; insieme chiediamo allo Spirito Santo, che è il suo stesso Spirito, di sminare il terreno, affinché tu scopra il potenziale che è in te, quell’oracolo che ti indica la via, che ti fa vedere che oltre il problema c’è l’opportunità.

Lo so, non è magia e non è nemmeno facile, non lo è stato nemmeno per Giuseppe. Per questo oltre l’aiuto che viene da Dio, in Gesù con la forza dello Spirito Santo, c’è anche quello umano. Giuseppe lo ha avuto nel padre Giacobbe e lo è diventato per il fratello Beniamino. Sicuramente c’è anche per te … scusa l’ormai consueta impertinenza: se non lo trovi fatti sentire.

Germoglio di ceppo fecondo è Giuseppe; germoglio di ceppo fecondo presso una fonte, i cui rami si stendono sul muro.” (Genesi 49,22). “Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi (Gesù) è veramente il salvatore del mondo.” (Giovanni 4,42).

La “benedizione – oracolo” è quell’eredità attraverso la quale il talento umano si intreccia con la potenza divina portando la prosperità evangelica ovunque. Concorriamo affinché non si spezzi ma dia sempre frutti di benedizione per vincere i tradimenti e favorire i riconoscimenti in particolare riconoscere che Gesù è il Salvatore.

Ettore Daniele Cassetta.


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“La paura, il talento e il bersaglio”

Che cos’è la paura?

L’esperienza delinea la paura come insicurezza, smarrimento, ansia, turbamento, frustrazione. Quanti esempi nel nostro quotidiano abbiamo. Dall’esperienza si giunge anche alla definizione di “paura” come “sensazione che si prova di fronte al pericolo, sia esso vero o immaginario”. È dunque uno stato emotivo che tocca primariamente sensibilità ed affetti.

Segue allora il quesito esistenziale: quale soluzione alla paura che non sia la rassegnazione o peggio la disperazione?

Nella Bibbia scopriamo che quei personaggi che oggi sono assurti (giustamente) a modelli hanno manifestato la loro paura. Ecco che Sara, di Abramo, era intimorita di una gravidanza in tarda età; Giacobbe era impaurito dal fratello Esaù per la questione della primogenitura; Giuseppe temeva per il futuro proprio e dei fratelli una volta venduto come schiavo; Mosè sperimentava sgomento nel tornare in Egitto per liberare il popolo; Giosuè necessitava di continuo incoraggiamento verso la conquista della terra promessa; Gedeone era impaurito ad affrontare l’esercito filisteo con 300 piccoletti; Davide nel suo peccato contro Uria e Betsabea viveva la paura delle conseguenze; Elia dopo il successo del Carmelo era depresso pensando ai giorni avvenire; Tobia certo non esultava al pensiero di sposare Sara ossessionata da un demonio killer; Daniele non nascondeva la paura di mantenere l’integrità della corte di Nabucodonosor; i discepoli di Gesù, dopo aver beneficiato dei miracoli, si impaurirono dalla prospettiva di uno nuovo stile di vita; gli apostoli stessi erano sgomenti nel sapere e vedere il maestro crocifisso. Quanto altri esempi potremo trovare.

Qual è  l’origine della paura, almeno nella visione biblica?

La prima volta che compare la parola paura nella Bibbia è in Genesi 3,10: “Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».”. Adamo, disubbidito a Dio, fa esperienza di aver qualcosa da nascondere e scopre di aver paura. La paura quindi è originariamente, se non causata, legata al peccato.

Il peccato, nelle vicende della vita, è qualcosa da nascondere e che fa paura (certo sappiamo che è la disobbedienza alla legge o la rottura con Dio).

La parola “peccato”, etimologicamente, deriva dal greco e significa “sbagliare il bersaglio”. Il peccatore è colui che sbaglia il bersaglio, che vive al minimo la possibilità della vita umana nel progetto di Dio.

La parabole dei talenti ci aiuta a comprendere meglio tale concetto.

Matteo 25,25 “… per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo”. Un dono, un talento, un carisma, una capacità non fatta fruttificare e nascosta genera paura. Giacomo 4,17 “Chi dunque sa fare il bene e non lo compie, commette peccato”.

Qualcuno potrebbe obiettare: anche Gesù ha avuto paura, allora anche lui ha peccato? Marco 14,33 “Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia”. Gesù si è fatto peccato per vincerlo inchiodandolo sulla croce.

Questo fatto trasforma la paura in opportunità, in mezzo pedagogico usato da Dio per purificare, plasmare e affinare.

Siracide 4,17-18 “Dapprima lo condurrà per luoghi tortuosi, gli incuterà timore e paura, lo tormenterà con la sua disciplina, finché possa fidarsi di lui, e lo abbia provato con i suoi decreti; ma poi lo ricondurrà su una via diritta e lo allieterà, gli manifesterà i propri segreti”.

Ecco che, in forza di Cristo, c’è sempre una possibilità, c’è sempre una speranza, c’è sempre una soluzione.

Rispondiamo ora al quesito iniziale: quale soluzione alla paura?

Matteo 14,17 “Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura»”.

Gli apostoli sul mare in tempesta, Gesù li raggiunge camminando sulle acque, loro sono presi dallo spavento, Pietro “fallisce” nell’equilibrismo sulle acque, Gesù lo prende e lo riporta sulla barca. Nella paura la soluzione è accogliere Gesù, il quale più che insegnarti a camminare sulle acque ti insegna a stare sulla barca.

L’esperienza di Gesù nella comunità.

Romani 8,15 “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!»”.

Gli apostoli impauriti perché orfani del maestro, vivono insieme la pentecoste e si scoprono ricchi di doni dati dallo Spirito Santo. Nella paura la soluzione è invocare lo Spirito Santo assieme ai fratelli che hai e che ognuno scopra il proprio talento senza ambire a quello dell’altro.

L’esperienza dello Spirito Santo nella comunità.

Atti 18,9 “E una notte in visione il Signore disse a Paolo: «Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere»”.

Si sta fondando la chiesa di Corinto, Paolo teme per la sua incolumità e per quella dei primi cristiani. Il Signore incoraggia a non demordere nell’evangelizzazione mettendo a frutto il talento ricevuto. Nella paura la soluzione è l’evangelizzazione nella missione comunitaria.

L’esperienza della Nuova Evangelizzazione nella comunità.

La soluzione alla paura è la comunità dove sperimento Gesù che mi lega ai fratelli, lo Spirito Santo che mi da il giusto talento, la Nuova Evangelizzazione che mi fa fruttificare il talento rendendomi testimone.

Non dobbiamo essere senza paura, faremo sempre i conti col peccato in questa vita; dobbiamo invece tornare al bersaglio: la comunità ovvero il progetto di Dio per ognuno di noi.

Nella paura stiamo nella barca della comunità: lasciandoci purificare da Gesù, plasmare dallo Spirito Santo e affinare dalla Nuova Evangelizzazione.

Così riprendiamo la mira per colpire il bersaglio e fare centro: la comunità, la Chiesa ovvero una vita coraggiosamente piena ed audace.

Non hai una “barca”? Mettiti in contatto con noi.

Ettore Daniele Cassetta


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“Avventurosa età e secoli aurei”

Il tema di maggior attualità, che si ripropone continuamente e oramai a livello globale, è la crisi economica. I nostri governi sono continuamente alla ricerca non semplicemente di soluzioni ma di intese per applicare le soluzioni. Non mi voglio addentrare nello specifico politico – economico.

Desidero proporre un pensiero, credendo che il pensiero abbia una forza in sé in grado di poter muovere le coscienze. Credo anche che il pensiero dell’uomo è il luogo adatto dove lo Spirito Santo può spingere alla fede, quindi alla vita – “La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Romani 10,17).

La storia, nelle sue varie epoche, ci insegna che la crisi economica è successiva alla crisi delle relazioni, a sua volta successiva alla crisi dei valori, a sua volta successiva alla crisi spirituale. A qualcuno può non piacere, ma di fatto è così. Si possono individuare questi quattro elementi costitutivi, indispensabili, vitali per piantare e far crescere la convivenza umana: fede, valori, relazioni, beni. Su questi elementi si sviluppa la politica, si struttura l’economia, cresce la convivenza e la società.

La prima chiesa, nata dopo la Pentecoste, propone la più bella icona della convivenza che dovrebbe ispirare ogni comunità e ogni società:

“La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.” (Atti degli Apostoli 4,32-35).

 

In tale icona, c’è anche l’ispirazione per poter superare anche la crisi economica. Tengo a precisare che non voglio banalizzare il tema della crisi economica e nemmeno il grave lavoro che i governi debbono fare per applicare le intese di soluzioni.

Intendo umilmente proporre l’icona della prima chiesa per ritrovare quella soprannaturale motivazione che porta a ricorrere a Gesù, a supplicare lo Spirito Santo affinché ci sia una nuova effusione da rinvigorire la nostra fede, da scoprire i più autentici valori della vita, da purificare e rinnovare le relazioni in modo tale da rialzare quella condivisione che permetta una convivenza    felice e creativa.

La storia ci insegna le dinamiche della crisi, la storia della chiesa ci insegna la dinamica della soluzione cioè l’economia della salvezza: Dio ti ama, è più forte del tuo peccato, Gesù ti ha già salvato, accoglilo e lascia che lo Spirito Santo cambi la tua vita, allora la comunità supera ogni crisi.

Ho proposto l’icona della prima chiesa.

Mi permetto anche di proporre, con una sfumatura di testimonianza, l’utopia dei “secoli aurei” che non si discosta dall’icona indicata:

“Avventurosa età e secoli avventurosi quelli cui gli antichi denominarono aurei, non già perché l’oro, che in questa età nostra di ferro, tanto si apprezza, si ottenesse, in quel tempo fortunato, senza fatica alcuna, ma perché allora coloro che ci vivevano ignoravano queste due parole del tuo e del mio.” (Miguel de Cervantes, “Don Chisciotte della Mancia”, parte I,capitolo 11).

Tale utopia mi ha posto la questione: Quando questo è stato possibile?

La risposta l’ho trovata nell’avventurosa immagine della prima chiesa.

E ho riscoperto che nel nostro piccolo possiamo contribuire al superamento di ogni crisi.

Questo è il pensiero che auspico lasciare: “vieni Spirito Santo e aumenta la mia fede, illumina i valori da difendere e alimentare, purifica e guarisci le relazioni e donaci il coraggio della condivisione … ignorando le due parole del tuo e del mio”.

 

 Ettore Daniele Cassetta


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“Dio è un’invenzione o è Amore?”

Sabato 6 ottobre scorso mi trovavo a Madrid per il decimo anniversario della presenza della Koinonia Giovanni Battista in Spagna. Poco prima dell’evento, passeggiando per i vicoli attorno alla struttura che ci ospitava, una scritta su un cancello attirò la mia attenzione: “Dios es un invento producido por el miedo”, che tradotto significa: “Dio è un’invenzione prodotta dalla paura”.

Dato che parola “dio” è usata (od abusata) in senso molto ampio, non voglio ribattere a tale espressione ma proporre un’alternativa. Ho usato, per “dio”, la lettera minuscola riferendomi al nome comune privo di specificità. D’ora in poi invece userò la parola “Dio” intendendo specificatamente il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, fattosi carne in Gesù Cristo.

Personalmente l’esperienza esistenziale di Dio, io la vivo in Gesù che si è manifestato nella mia vita e l’ha cambiata in maniera sorprendente, avvincente e, a volte, mozzafiato. Questo, purtroppo, non significa che non faccia esperienza della paura e la paura mi spinge ancor più verso Dio. Tale urto mi è di incitamento per trovare, nell’Amore, la forza per vincere e scacciare la paura o il timore.

Se poi penso all’origine della maggior parte delle mie paure o timori, ecco che la trovo nella relazione con le persone, sia a livello macroscopico pensando alla politica, all’economia, alle strutture sociali, sia a livello microscopico ovvero con chi ho più vicino.

È sempre un’esperienza personale: la soluzione sta nell’Amore, che è Dio, che si è fatto carne in Gesù e che mi ha amato e mi ama per primo. Tale esperienza, di conseguenza mi rende capace di amare, quindi di vincere paure e timori.

Forse per qualcuno è utopia o illusione, per me invece è speranza: di vivere l’Amore – che è da Dio, è Dio, incarnato in Gesù – con chi mi sta attorno; poterlo testimoniare – in forza dello Spirito Santo – anche ad altri; desiderando così – con il vigore della comunità – di poter contribuire ad un sistema sociale, economico, politico migliore.

Uso le parole di Giovanni apostolo ed evangelista, nella sua prima lettera, per esprimere quanto scritto:

Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore … Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello.” (1Giovanni 4,8.18-21).

Infine, per esperienza dico: la paura mi porta sempre a giustificarmi, a pretendere e mi chiude nell’ignoranza; l’Amore mi giustifica, mi spinge verso l’altro e mi apre alla Conoscenza.

Sta ad ognuno di noi, in questa chiave di lettura, decidere che esperienza voler avere di Gesù. Potremo allora rispondere alla domanda che dà il titolo a tale articolo:

“Dio è un’invenzione o è Amore?”

Ettore Daniele Cassetta.


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Nuova Evangelizzazione e anno della fede – Priorità: urgente!

11 ottobre 1962 – 11 ottobre 2012 = 50 anni di Concilio Vaticano Secondo (CVII).

È stato detto e si dice “… da quel giorno la chiesa non sarà più la stessa …”. Certo la Chiesa non ha smesso e non smetterà di essere sé stessa in quanto comunità cristiana, in quanto popolo che sperimenta Gesù direttamente, in forza dello Spirito Santo, e mediatamente, in forza delle relazioni fraterne. L’attuazione di tale essenza spinge continuamente al rinnovamento nel modo. In tal senso, mi sento di affermare, “… da quel giorno la chiesa non sarà più la stessa …”.

50 anni di CVII si sintetizzano allora con la felice espressione “Nuova Evangelizzazione” di Papa Wojtyla (Giovanni Paolo II), proclamata dalla fallimentare “città comunista” di Nowa Huta in Polonia (vedi anche link).

Ecco allora la priorità urgente della Nuova Evangelizzazione per fare esperienza di Gesù, come dicevo, direttamente e mediatamente.

Si apre l’anno della fede e “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede” (Lettera agli Ebrei 11,1) quindi ha una forte componente esperienziale soggettiva, senza togliere il valore oggettivo della stessa.

La Nuova Evangelizzazione nell’anno della fede è quanto mai urgente, è la nostra stessa vita che ce la sta chiedendo, è la nostra Italia che ce la sollecita, è la nostra Europa che la reclama, è la nostra umanità che la implora. È la vita che sembra dire “ho bisogno di salvezza”.

“Dio ti ama, Cristo è Risorto! Lo puoi sperimentare. Lo vivo io e lo puoi vivere anche tu. Accogli Gesù nella tua vita. Camminiamo insieme”. Uno slogan questo che ha conseguenze pratiche su tutti i piani della vita. “… da quel giorno la chiesa non sarà più la stessa …” ma non basta, “da quando Gesù è entrato nella mia vita, la mia vita non è più la stessa”. Una testimonianza che rilancia la speranza che necessariamente deve arrivare all’uomo, a te, a chi ti sta vicino. Al cuore, saggiandone gli affetti e consolando i sentimenti; alla mente, coinvolgendo la ragione e motivando la volontà; al corpo, dandone il nutrimento e custodendolo dalle insidie; all’anima, liberandola dall’oppressione e innalzandola alla libertà.

Deve essere un’esperienza talmente forte da contribuire alla politica, da cooperare con l’economia, da sostenere un’etica scientifica, da soccorrere la società.

50 anni di CVII, l’anno della fede, l’urgenza della Nuova Evangelizzazione perché tu abbia vita e vita piena. Il centro è Gesù e da lui scaturisce vita nuova e di conseguenza ogni sua soluzione.

Se non sai come iniziare, unisciti a noi (www.cortegesia.org).

Ettore Daniele Cassetta.


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Il compimento del fuoco

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Il fuoco è sia un elemento della natura che un segno.

Il segno è un rimando a qualcos’altro, ad un’altra realtà.

Il fuoco è segno della relazione con Dio, dell’amore di Dio, del progetto di Dio.

Nella notte “perno” per tutte le notti, nella notte di Pasqua, nella grande notte, si “accende” e si benedice il nuovo fuoco segno di Cristo, della vittoria di Gesù sulle tenebre.

Nella sua vita pubblica, Gesù ci ha rivelato: “Sono venuto a gettare il fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!” (Luca 12,49-50). Così Gesù ha annunciato la sua passione.

Perché ho bisogno di questo segno?

Ne ho bisogno per tornare a Gesù, per accoglierlo se non l’ho mai fatto.

Il fuoco è quindi segno della mia relazione con Gesù.

Rispetto al fuoco posso assumere tre posizioni: sapere che c’è, riscaldarmi, bruciarmi.

Sapere che c’è. È possedere un’immagine del fuoco, ma non se sento né il rumore, né il calore. Nella tenebra l’immagine in un certo qual modo, placa la coscienza.

Riscaldarmi. È essere vicino al fuoco, è sentirne il calore in quella parte di me esposta. Nella tenebra la vicinanza al fuoco illumina e riscalda un lato di me, ma l’altro rimane nell’ombra.

Bruciarmi. È essere dentro il fuoco, non solo, è essere parte integrante del fuoco. Allora la tenebra è vinta perché nel fuoco non c’è più zona d’ombra. Il peccato è bruciato, la vita purificata e temprata.

Si accende un nuovo fuoco, segno di quel battesimo compiutosi su Gesù.

Ne ho bisogno per tornare a lui.

Non solo sapere che c’è, non solo potermi riscaldare, ma bruciarmi in lui, vivere in Cristo Risorto!

Buona Pasqua.

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